giovedì 13 settembre 2012

Riforma elettorale. Preferenze o voto singolo trasferibile?


Negli ultimi mesi si parla sempre più della riforma elettorale. Era facile aspettarselo, con l'avvicinarsi delle elezioni, ed era altrettanto facile aspettarsi anche la superficialità con cui se ne sta parlando. Noi Giovani proviamo a ragionarci più in profondità con questo articolo di Danilo Raponi (apparso in precedenza su iMille).

L’inerzia del Parlamento italiano ha ormai raggiunto livelli di cronicità tali da richiedere l’intervento del Presidente della Repubblica su un tema di ormai impellente necessità di risoluzione: la riforma elettorale per le elezioni della Camera e del Senato. Con un messaggio inviato congiuntamente ai due rami del Parlamento il 9 luglio 2012, il Capo dello Stato ha ricordato che è “opportuna” e “non più rinviabile” la presentazione in Parlamento di una o più proposte di nuova legge elettorale “anche rimettendo a quella che sarà la volontà maggioritaria delle Camere la decisione sui punti che non risultassero oggetto di più larga intesa preventiva e rimanessero quindi aperti a un confronto conclusivo”. L’impazienza di Giorgio Napolitano è comprensibile e condivisibile, perché è ormai dallo scorso gennaio che si parla di riforma della legge elettorale e che i partiti sembrano discutere su varie proposte le quali, però, non vedono mai la luce al di fuori dei corridoi di Montecitorio.
Appare ormai sempre più chiaro che questa inerzia è dettata da istinto di conservazione, o meglio, dal bieco timore dell’80% degli attuali parlamentari di non essere riconfermati nel prossimo Parlamento qualora venisse approvata una legge elettorale che garantisca davvero una selezione basata sul merito e una chiara e trasparente scelta dei propri rappresentanti da parte dei cittadini. Come già sottolineato da Cristiana Alicata nell’articolo pubblicato su iMille il 13 luglio 2012, la reintroduzione delle preferenze è da osteggiarsi perché comporterebbe un intollerabile ritorno al passato e la cancellazione di tante faticose, e ancora parziali, conquiste della democrazia italiana, in primis l’introduzione delle primarie per la scelta dei candidati (ancora adesso diffuse soltanto nel Partito Democratico). Ma c’è di peggio.
Sebbene un sistema elettorale proporzionale con preferenze possa sembrare l’apogeo della scelta elettorale democratica, non è affatto così. È invece il sistema preferito del populismo, della demagogia, della plutocrazia, cosa ben diversa dalla democrazia. È il sistema che si prefigge di premiare la popolarità e la celebrità del candidato, non i suoi meriti e le sue conoscenze. È per chi si vorrà vantare di aver ricevuto più delle 800.000 preferenze degli Andreotti e De Mita dei loro “tempi d’oro”. Volendo pensar male, la preferenza favorisce inoltre il voto di scambio: tra una rosa di candidati, l’elettore può scegliere quello che gli promette di restituirgli il favore fatto. Non facciamo finta di non sapere che scambi di vario genere, più o meno leciti ma in ogni caso aberranti per lo spirito pubblico che dovrebbe governare ogni democrazia, erano all’ordine del giorno della Prima Repubblica. Vogliamo forse tornare ai bei tempi andati? Non credo.
Anche tralasciando l’aspetto di “incentivo all’illegalità” che, a mio avviso, le preferenze rappresentano, torno a ripetere che quest’ultime sono dannose per lo sviluppo e la maturazione della coscienza democratica dei cittadini. Facilitando difatti una scelta istintiva di candidati celebri, i famigerati V.I.P., si corre il rischio di ritrovarsi con il Parlamento pieno di celebrità televisive, calciatori e i soliti datati politici che pur avendo avuto l’opportunità di cambiare l’Italia per il meglio non l’hanno fatto, preferendo invece occupare il tempo a loro disposizione per consolidare la presa elettorale sul loro collegio o circoscrizione elettorale.
In questo modo si riduce drasticamente il ricambio degli eletti e si continua a tenere fuori dal Parlamento i grandi esclusi della politica italiana: i giovani, le donne e le minoranze. Chi vuoi che vada a votare per una giovane trentenne-quarantenne, che magari di nome fa Maria Abu Qulrah, quando invece può semplicemente votare per Pierluigi Bersani o Silvio Berlusconi? Già solo il dover scrivere Abu Qulrah sulla scheda elettorale provocherebbe errori di spelling a dismisura, che darebbe adito a contestazioni, annullamenti di schede, discussioni infinite tra scrutatori inflessibili e scrutatori tolleranti, rappresentanti di lista e presidenti di seggio. Pensare poi alle farsesche risse che ne deriverebbero farebbe desistere una ipotetica Abu Qulrah dal candidarsi. (Una precisazione: non si vuol in alcun modo sostenere che una qualsiasi Abu Qulrah, che tra l’altro è un nome di fantasia, sia più meritevole di essere votata rispetto a Bersani o Berlusconi soltanto perché appartenente ad una minoranza, magari di pelle scura e di religione non cristiana; bensì ipotizzo un’immigrata nata in Italia, quindi italiana, che si è distinta per eccellenza negli studi e nella vita professionale, che abbia un alto senso di dovere civico e che voglia partecipare alla vita politica del suo paese, certamente anche per la protezione dei diritti civili delle minoranze, ma soprattutto per il bene comune).
Questo discorso è valido però anche per un giovane che di nome fa semplicemente Mario Rossi, e che abbia le competenze, l’impegno e passione civile di cui sopra: tra una lunga lista di candidati tra cui scegliere non verrebbe eletto, a favore invece della Belen di turno. Anche un Pietro Ichino si troverebbe a rischiare di restar fuori dal Parlamento, a dispetto di un Calderoli che invece non correrebbe alcun rischio. Già sento levarsi le accuse di elitismo, sfiducia negli elettori, antidemocraticità, ecc. Niente di tutto questo. Non sto insinuando che gli elettori italiani siano tutti “asini” che votano irrazionalmente o, peggio, che siano tutti corrotti che votano per tornaconto personale. Ce ne sono anche di questi, ma sono certo che costituiscono una minoranza. È però fisiologico che l’elettore medio, lasciato libero di scegliere chiunque tra una lunghissima lista di candidati, si soffermi sul nome più familiare, sul personaggio più visto in televisione, sulla faccia più ripresa sui quotidiani. Non si ferma a riflettere su quale sia effettivamente il candidato migliore; anche se animato da buone intenzioni, vota istintivamente. Se guidato da cattive intenzioni, poi, la preferenza gli permette di votare chi gli ha promesso favori, a discapito di qualsiasi considerazione di politica come amministrazione del bene pubblico.
Quale soluzione, allora? I collegi uninominali, con primarie obbligatorie, costituirebbero un’egregia soluzione. Constatando però che ci sono forti resistenze in questo senso da una certa parte politica, andiamo a proporre un’alternativa ancora non discussa in Parlamento: il voto singolo trasferibile (VST). La prima caratteristica di questo sistema elettorale, usato per l’elezione del Senato australiano e della Camera irlandese, tra gli altri, è che non è né maggioritario né proporzionale. Integra invece al suo interno caratteristiche tipiche di entrambi i sistemi: garantisce una sostanziale equità degli esiti elettorali, come richiesto dalle formule proporzionali; e mantiene un forte legame individuale tra i candidati e le proprie circoscrizioni elettorali, tipico dei sistemi maggioritari. In questo modo, il sistema del voto singolo trasferibile riesce a perseguire lo scopo di combinare un’equa rappresentanza di tutte le diverse componenti della società, evitando contemporaneamente di aumentare il potere dei partiti e delle fazioni.
È in realtà scorretto parlare di “voto singolo trasferibile” come se fosse un sistema elettorale immediatamente tipizzabile in una categoria. Difatti, sistemi che si basano sul voto singolo trasferibile possono differire tra di loro per il modo in cui trasformano i voti in seggi, ma anche per caratteristiche quali l’ampiezza delle circoscrizioni e la struttura delle schede elettorali. Tuttavia, esistono molti elementi simili che ci permettono di trattare, per comodità e chiarezza, il voto singolo trasferibile come se fosse un sistema elettorale unico, sempre identico. Innanzitutto, il VST prevede sempre l’esistenza di collegi plurinominali, la cui ampiezza può variare a seconda della popolazione ivi rappresentata. Ogni elettore ha a disposizione un solo voto, da utilizzare ordinando i candidati sulla scheda elettorale secondo le proprie preferenze, dal primo all’ultimo. Si può prevedere che il voto sia valido soltanto quando l’elettore esprima il proprio ordine di preferenza per tutti i candidati presenti sulla lista (sistema da preferirsi), oppure anche quando l’elettore esprima solo la prima preferenza. Ad esempio, se in un collegio ci sono 10 candidati, l’elettore vota non più con una crocetta affianco al nome del prescelto, bensì numerando tutti i candidati in ordine di preferenza, da 1 a 10.
Sono immediatamente eletti tutti i candidati che superano una quota minima di voti, detta Droop Quota, in prima preferenza. La droop quota è ottenuta dividendo il numero di voti validi per il numero di seggi della circoscrizione, aumentato di un’unità; al quoziente di questo rapporto si aggiunge poi un’altra unità, e si arrotonda il risultato per difetto.[1]

Questa quota, naturalmente, rappresenta il quoziente minimo di voti da non poter essere ottenuto da un numero di candidati superiore al numero di seggi disponibili. Se nessun candidato raggiunge la quota in prima battuta, il candidato con meno voti in prima preferenza viene escluso dalla competizione, e le sue schede vengono trasferite (ecco dunque il significato di voto singolo trasferibile) agli altri candidati, in base alle seconde preferenze espresse nelle schede. In questo modo, i voti degli elettori del candidato escluso serviranno ad eleggere altri candidati espressi come seconda scelta. Questo procedimento di eliminazione e trasferimento procede fin quando uno o più candidati raggiungano o superino la soglia (droop quota) per l’elezione, fino al raggiungimento del totale dei seggi a disposizione.[2]
Come qualsiasi sistema elettorale, il VST non è perfetto e deve essere accompagnato da una legge che ne precisi il funzionamento, soprattutto in merito al trasferimento delle preferenze successive alla prima, momento in cui entra in gioco un forte elemento probabilistico che va mitigato attraverso la considerazione di frazioni di tutti i voti successivi al primo, come succede nell’elezione del Senato australiano. Bisogna inoltre essere molto attenti alla definizione dei collegi e del numero di seggi a disposizione in ciascun collegio. Altrimenti, lasciato a se stesso, il VST è un sistema che in alcuni casi estremizza il formarsi di solide maggioranze, in favore della governabilità ma a scapito di un’equa rappresentanza. Questa fu una delle principali obiezioni sollevate da chi si oppose al referendum del 5 maggio 2011 che chiese agli elettori del Regno Unito qualora preferissero adottare una variante del VST, l’alternative vote, al posto dell’attuale sistema first-past-the-post, che è fortemente maggioritario (in sintesi, con il first-past-the-post si formano collegi uninominali, a turno unico, nei quali viene eletto il candidato che ottiene più voti, senza alcuna soglia minima).[3]
Un VST ben strutturato, tuttavia, consente di combinare la rappresentanza proporzionale con la scelta dei candidati da parte dell’elettore, piuttosto che dei partiti, soprattutto se le elezioni sono precedute da primarie obbligatorie. Che differenza c’è, ci si potrebbe chiedere, con un sistema proporzionale a lista aperta (vale a dire, con preferenze)? Ebbene, c’è una differenza sostanziale. Innanzitutto, con le primarie i cittadini maggiormente impegnati nella vita civica del loro paese ed interessati ad una corretta ed efficiente gestione della cosa pubblica (in altre parole, la maggioranza dei cittadini che votano alle primarie), andranno a scegliere i candidati migliori su base di meriti e competenze, piuttosto che di altri più discutibili fattori (sebbene ci saranno sempre eccezioni). Inoltre, al momento delle elezioni vere e proprie, mentre i sistemi proporzionali con preferenze spingono gli elettori a scegliere un candidato tra la lunga lista del partito che si intende votare (lista che, tra l’altro, è formata dal partito, senza primarie), invece con il sistema del voto singolo trasferibile, gli elettori tendono a formare il loro ordine di preferenza dei candidati non tanto a seconda del partito che rappresentano, bensì tendono a scegliere i candidati stessi a prescindere dai partiti.[4]
Per concludere, non esiste un sistema elettorale che combini perfettamente l’esigenza di governabilità con quella della rappresentanza. Tuttavia, esistono sistemi elettorali cattivi, fatti male e con malizia, per la preservazione dello status quo, come ad esempio il cosiddetto “Porcellum”. Un ritorno al proporzionale con liste aperte sarebbe ugualmente biasimevole, i soliti noti tornerebbero in Parlamento, con un ricambio minimo (con l’eccezione, forse, di qualche “grillino”).
Gran parte dei mali della politica italiana degli ultimi 20 anni derivano dalla mediocrità, incompetenza e disattenzione per la cosa pubblica di chi ci rappresenta in Parlamento. C’è bisogno di un cambio di rotta. Oltre alla governabilità e rappresentanza, dunque, il nuovo sistema elettorale per la Camera e il Senato dovrà garantire la possibilità di selezionare una nuova classe dirigente, che si distingua nettamente da quella attuale per capacità, cultura, e dedizione alla buona e diligente amministrazione del bene pubblico.
Che non si torni al proporzionale con preferenze, dunque. Ma che non si resti con il “Porcellum”, neppure. Non ho però grandi speranze in  merito all’adozione del singolo voto trasferibile: il fatto che in Italia se ne sia sempre parlato in ambiti accademici ma mai in Parlamento è sintomatico dell’opposizione dei nostri politici anche solo a considerarne la scelta. Diranno probabilmente che si tratta di un sistema troppo difficile per gli elettori e che genererebbe troppi voti nulli. Temo che siano loro, invece, a non riuscire a comprenderne il funzionamento o perlomeno a non riuscire a farlo rientrare nei loro turpi calcoli di utilità per il partito. A questo punto, allora, non mi resta che lanciare una provocazione: perché non adottare il sistema di voto Random Sample inventato da David Chaum? Si andrebbe a selezionare casualmente, a sorteggio, un piccolo gruppo di cittadini, che saranno gli unici chiamati a votare in una determinata tornata elettorale. Questo gruppo di cittadini/elettori dovrà essere grande abbastanza da essere rappresentativo, e piccolo abbastanza da garantire che ogni voto conti molto, responsabilizzando dunque gli elettori e spingendoli a scegliere i candidati ritenuti davvero più adatti a rappresentarli.[5] Ripeto, è una provocazione, ma a confronto con il “Porcellum” senza primarie, è una provocazione da prendersi sul serio.


[1] S. Finamore, ‘Tra rappresentanza e governabilità: Il Voto Singolo Trasferibile nell’esperienza di Irlanda e Malta’, p. 5, in http://www.forumcostituzionale.it/site/images/stories/pdf/documenti_forum/paper/0077_finamore.pdf, ultimo accesso 15 luglio 2012.
[2] Ibid., p. 6.
[4] R.S. Katz, ‘The Single Transferable Vote and Proportional Representation”, in A. Lijphart e B. Grofman (ed.),Choosing an Electoral System: issues and alternatives. Praeger, 1984, p. 145.
[5] D. Chaum, ‘Random Sample election. Far lower cost, better quality and more democratic’, in http://rs-elections.com/Random-Sample%20Elections.pdf, ultimo accesso 15 luglio 2012.

giovedì 6 settembre 2012

I sindacati, “la” Fornero e il gioco dell’oca


di Ciro Cafiero*

E' trascorso appena un anno da quando il legislatore, con l’articolo 8 del d.l. 138 del 13 agosto del 2011, convertito dalla legge n. 148 del 2011, ha affidato ai sindacati la responsabilità di risollevare le sorti di un mercato del lavoro caduto in una crisi profonda e capace di generare serie preoccupazioni anche tra gli altri Paesi membri dell’UE.
L’articolo 8, come emerge dalla cronaca del tempo, è stato salutato con grande entusiasmo dalle forze politiche tanto che, a fine ottobre del 2011, l’allora premier italiano, Silvio Berlusconi, con una lettera dai toni rassicuranti, annunciava all’UE significativi cambiamenti in atto del mercato del lavoro italiano.
Gli entusiasmi a ben guardare non erano ingiustificati. E infatti, nell’ottica di aumentare la produttività delle imprese e con essa l’occupazione, l’articolo 8 consente ai sindacati comparativamente più rappresentativi sul piano nazionale o territoriale o anche alle loro rappresentanze aziendali di sottoscrivere contratti di secondo livello applicabili a tutti i lavoratori dell’impresa, iscritti o meno ai sindacati stipulanti, ponendo cosi fine alla lunga querelle circa l’efficacia soggettiva di detti accordi. 
Ma soprattutto, consente a questi accordi di intervenire, derogando anche in peius alla legge e alla contrattazione collettiva nazionale, nella gran parte delle materie inerenti l'organizzazione del lavoro e la produzione (come le mansioni del lavoratore, i contratti a termine, i contratti a orario ridotto, o ancora i casi di ricorso alla somministrazione di lavoro, le modalità di assunzione e la disciplina del rapporto di lavoro, comprese le collaborazioni coordinate e continuative a progetto e le partite IVA, oppure infine la trasformazione e conversione dei contratti di lavoro e persino le conseguenze del recesso dal rapporto di lavoro). 
Se le cose fossero andate secondo i piani, le parti sociali avrebbero avuto l’opportunità di ridisegnare il mercato del lavoro ma soprattutto di farlo a partire dal livello più basso di contrattazione, come da molti da tempo auspicato.
E invece, salvo rare occasioni, quell’articolo 8 è rimasto sino a oggi inattuato o per meglio dire lettera morta. Ciò è verosimilmente avvenuto per due ragioni.
Anzitutto, probabilmente perché i sindacati, preoccupati dall’intrusione dell’esecutivo nella sfera dell’autonomia collettiva, hanno preferito non dar corso alle modifiche apportate con un colpo di mano dal governo al sistema di relazioni industriali.
Non a caso, nel settembre 2011 hanno apposto all’accordo interconfederale sottoscritto alla fine di giugno una clausola con cui hanno concordato che “le materie delle relazioni industriali e della contrattazione sono affidate (solamente, n.d.r.) all'autonoma determinazione delle parti”. 
Ma, altrettanto probabilmente, perché gli stessi sindacati hanno preferito non assumersi la grande responsabilità di essere gli attori del cambiamento in chiave di crescita del mercato del lavoro.
In questo contesto si iscrive il recente intervento del legislatore che, preso atto della defezione del sindacato, sulla scorta di un disegno di legge e in un convulso giro di passaggi parlamentari, ha ridisegnato la disciplina delle materie inerenti l'organizzazione del lavoro e la produzione, già oggetto del famoso articolo 8. 
Ne è venuta fuori la legge n. 92 del 2012 (come modificata dalla legge n. 134 del 2012 di conversione del d.l. n. 83 del 2012), rubricata Disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita”, che tutti conoscono più semplicemente come riforma Fornero. 
Coerentemente con le premesse da cui prende le mosse, la riforma sembra non nascondere il sentimento di sfiducia verso l’azione del sindacato e affidare, per converso, ai giudici il ruolo di primi attori del cambiamento.
In altre parole, la riforma, per un verso, concede al sindacato spazi più limitati rispetto a quelli di cui ha goduto durante la scorsa legislatura, per altro verso, investe i giudici di un’elevata discrezionalità nella scelta delle questioni inerenti la tipologia del rapporto di lavoro venuto in essere tra le parti come in quelle relative alle cause che hanno dato origine all’eventuale epilogo di esso.
In questo senso, basti considerare che al giudice spetterà valutare se il livello di formazione teorica o pratica del lavoratore sia tale da escludere la presunzione di coordinamento e continuità relativa a prestazioni rese da titolari di partita IVA al ricorrere di determinate condizioni; o ancora valutare, in assenza dell’intervento della contrattazione collettiva, quali siano le attività meramente ripetitive o esecutive che non possono integrare quel progetto che è condizione di legittimità della collaborazione coordinata e continuativa; o infine, valutare quali siano le prestazioni di elevata professionalità che non fanno scattare la presunzione di subordinazione di un rapporto di lavoro a progetto.
Sempre i giudici saranno poi chiamati a declinare la categoria delle “manifesta insussistenza” in relazione al fatto posto a base di un licenziamento per motivo economico e ad applicare quindi la tutela reintegratoria o quella risarcitoria a seconda che tale fatto sia o meno manifestamente insussistente.
La strada del cambiamento, tuttavia, è fitta di insidie: nulla esclude dunque che la riforma possa cadere in un’imboscata. Potrebbe accadere, infatti, che i sindacati, determinati a giocare di nuovo un ruolo di primo piano sulla scena e, in questo senso, a promuovere l’aumento di produttività delle imprese come la salvaguardia dell’occupazione, ricorrano a quel famoso articolo 8, derogando (legittimamente) alla nuova riforma del lavoro con il risultato di vanificarne gli effetti!
Ciò che del resto, alla fine dello scorso agosto, è già accaduto alla Golden Lady dove i sindacati (legittimati), nell’ottica di garantire una maggiore occupazione a livello nazionale evitando nel contempo una crisi occupazionale, hanno con un’intesa aziendale posticipato di 12 mesi la stringente disciplina sui contratti di associazione in partecipazione prevista dalla riforma Fornero.
Ora, se tale intesa rappresenta tecnicamente una deroga in peius alla disciplina legislativa posto che rinvia di un anno l’azione di contrasto all’abuso del contratto dell’associazione in partecipazione predisposta dal legislatore a tutela dei lavoratori, nella sostanza ha l’effetto di salvaguardare l’occupazione degli associati in partecipazione presso l’azienda.
Diversamente, infatti, la Golden Lady sarebbe stata costretta a convertire in rapporti di lavoro subordinato a tempo indeterminato tutti i contratti di associazione in partecipazione stipulati in assenza dei requisiti introdotti dalla legge Fornero, con conseguente (serio) rischio di crisi aziendale.
Sicuramente il legislatore della riforma ha tenuto in conto che l’articolo 8 vaga come una mina pronta a esplodere, tant’è che, con riferimento alla disciplina del contratto del termine senza causale, ha per esempio previsto che essa possa essere derogata a livello interconfederale o di categoria e solamente in via delegata a livello decentrato, stabilendo così una gerarchia tra le fonti; ma altrettanto sicuramente, non potrebbe far molto se l’articolo 8 “esplodesse” davvero atteso che non vi sarebbero, almeno al momento, le condizioni politiche per modificarlo.
In definitiva, non resta che sperare che le parti sociali maneggino l’articolo 8 con cura soprattutto ora che il Paese è soffocato da una disoccupazione al 10,5%, che tra i giovani ha un picco a un tasso record del 33,9%, e di fronte a 150 tavoli di crisi aziendale aperti al Ministero dello Sviluppo Economico per circa 180.000 lavoratori coinvolti e oltre 30.000 esuberi.


*Assistente in Diritto del lavoro presso la Luiss Guido Carli di Roma

martedì 4 settembre 2012

Scriviamo insieme il programma di Noi Giovani

Noi Giovani avvia ufficialmente il lavoro sui tavoli per il programma: aiutaci a elaborare sette proposte per rendere l'Italia un Paese per giovani!
Ogni tavolo è aperto alla collaborazione di tutti, per partecipare è sufficiente scrivere ad associazione@noi-giovani.it o a programma@noi-giovani.it e iscriversi al nostro gruppo fb, ti ricontatteremo al più presto!

Ecco i tavoli:
1. nuovo patto intergenerazionale: fisco, welfare e debito pubblico;
2. lavoro;
3. istruzione e cultura;
4. imprese e accesso al credito;
5. diritti, doveri, libertà individuali e pari opportunità;
6. ambiente ed energia;
7. innovazione e società della trasparenza.

Abbiamo bisogno di persone e idee valide per riportare i giovani a essere gli artefici delle scelte di governo e per tornare padroni del nostro futuro!

sabato 14 luglio 2012

Il capitalismo del futuro (e del presente)

Esiste un modello di sviluppo che possa sostituire l’attuale sistema capitalistico? Forse non è così facile mettere in atto un’alternativa radicale, ma esistono delle vie di mezzo che potrebbero rivelarsi interessanti: le benefit corporation. Ce le racconta Danilo Raponi, autore di un articolo recentemente pubblicato su Che Futuro! e riprodotto qui di seguito.

Uno degli effetti collaterali più spiacevoli della crisi finanziaria mondiale è l’emergere ed affermarsi di idee, ideologie e pratiche estreme. Non mi riferisco soltanto all’emergenza nazionalismo in Europa, perché ormai di vera emergenza si tratta, ma anche alla paradossale contrapposizione di chi pensa che la crisi sarà risolta soltanto con “più mercato” e chi invece specula che vada risolta “senza mercato”.

È difficile credere alla sincerità di certi discorsi dei rappresentanti del Tea Party americano, che sembrano voler curare la malattia con lo stesso virus che l’ha causata: propongono l’abrogazione di qualsiasi regolamentazione delle attività finanziarie, il taglio di gran parte dei servizi sociali statali per le classi meno abbienti e un’aliquota massima di imposizione fiscale del 25% sia per gli individui che per le imprese. Per quanto discutibile, sarebbe una legittima proposta politica se non fosse già stata provata e messa in atto nello scorso decennio, coni risultati che sono sotto gli occhi di tutti.
Sul fronte opposto, il movimento Occupy Wall Street con tutte le sue ramificazioni, da Occupy London a Occupy Frankfurt e Occupy Piazza Affari, ha ancora molto da lavorare prima di riuscire a proporre un’alternativa credibile al sistema capitalistico tanto aborrito dagli “occupanti”. La loro diagnosi della crisi finanziaria è per molti versi condivisibile: è innegabile che comportamenti predatori e irresponsabili di molte istituzioni finanziarie hanno contribuito significativamente all’emergere della crisi.
È altrettanto vero che a perderci sono state soprattutto le classi medio-basse; ed è evidente che il divario tra ricchi e non-ricchi nel mondo occidentale e nei paesi emergenti si va facendo sempre più ingiustificabile e incolmabile. I problemi emergono quando si passa alla cura. Quali sono le soluzioni della crisi proposte dal movimento Occupy? Non è dato saperlo. O meglio, non è possibile avere una risposta univoca condivisa dai vari movimenti Occupy. Si sentono, e si leggono, proposte di varia natura, ma sono sempre soltanto accennate, e mai approfondite.
Forse anche perché loro stessi si rendono conto della scarsissima realizzabilità pratica di alcune delle loro idee, quelle ad esempio che porterebbero verso un primitivismo sinceramente difficile da immaginare: sembra come se la moneta debba cessare di esistere da un momento all’altro in favore del baratto. Sembra che la democrazia sia da abolire perché ha permesso l’emergere di milionari e miliardari senza merito (alternative, please?). Sembra che chiunque si azzardi anche a contraddire le loro (a volte estreme) idee sia additato come un capitalista irriducibile con il quale non si può perdere tempo a discutere (“fuori gli eretici!”: si avvertono i sinistri sintomi dell’emergere di una nuova religione politica…).
Dove voglio arrivare? Lo scopo di questo mio articolo è la proposta di un’alternativa tanto al capitalismo classico che all’anti-capitalismo di Occupy. È la proposta di una terza via. No, non mi chiamo Tony Blair. Che il capitalismo, e l’economia di mercato, siano due delle invenzioni umane che in maggior misura hanno contribuito al raggiungimento del benessere materiale per una grande fetta della popolazione mondiale, non è – e credo non possa essere – oggetto di discussione.
Come questo benessere sia stato creato, invece, deve e può essere discusso. La macchina capitalistica, nel suo processo di distruzione creativa, ha distrutto più di quanto ci aspettassimo. Ha minato le basi della convivenza civile e sociale, ha spinto verso una logica del profitto assoluto senza alcuna considerazione etica o morale, ha sradicato i valori della comunità, della solidarietà, dell’equità. Si cerca il profitto a tutti i costi. E si dimentica che ciò che ci rende uomini e donne, che realizza a pieno la nostra umanità, esula da un discorso puramente economico.
Il diritto alla ricerca della felicità, sancito nella Costituzione degli Stati Uniti d’America, ma diritto fondamentale di un’ipotetica Costituzione degli “Stati Uniti del Mondo” immaginata da Luca Taddio nel suo saggio Global Revolution, non lo si rispetta soltanto con il successo economico. Cultura, sostenibilità, attenzione al prossimo e alla natura, dedizione al bene pubblico, virtù civica, vocazione all’equità e alla giustizia: è con il conseguimento di questi ideali di vita che l’essere umano raggiunge le vette di ciò che la ragione e il libero arbitrio gli permettono di essere.

C’è bisogno di nuovo modello economico e di un nuovo assetto societario
che combinino l’esigenza di creare ricchezza con una sua più equa distribuzione
e una maggiore considerazione per gli aspetti non materiali della vita umana

Senza pretese di voler cambiare il mondo, ma soltanto di renderlo un po’ più giusto di quanto sia adesso, in America si va diffondendo un nuovo tipo di azienda, che non è né la tipica società a scopo di lucro, né la società senza alcuno scopo di lucro, o no profit, bensì una via di mezzo. Di nuovo, una terza via, e no, non l’ha inventata Tony Blair. Si chiama benefit corporation e nasce in Maryland nel 2010, come risposta all’impellente esigenza di riesaminare i modelli aziendali esistenti durante l’irrompere della crisi finanziaria.
Ora è prevista e regolamentata in otto stati americani. L’idea è semplice: la benefit corporation somiglia a una tradizionale azienda for profit, con la sostanziale differenza che nel suo operare deve tener conto di fattori che vanno al di là del profitto e costituiscono obiettivi sociali, ecologici e di cura della comunità che ospita l’azienda. Nata sotto modesti auspici, come semplice argine all’apparentemente incontrollabile avidità del moderno uomo d’affari, dopo solo due anni di vita la benefit corporation si presenta addirittura come valida alternativa al sistema capitalistico oggi in profonda crisi. Perché si diffondano ulteriormente, tuttavia, c’è bisogno di un’accorta legislazione che recepisca questo nuovo modello societario e lo armonizzi con il diritto aziendale e commerciale vigente.
Dal 2010 a oggi, gli otto stati americani che consentono la fondazione di benefit corporation hanno nel tempo affinato la legislazione, che tuttavia richiederebbe ulteriori aggiustamenti per essere importata in Europa. Sarebbe opportuno che i governi europei, oltre a necessarie ma sterili politiche dell’austerità, provvedessero a favorire la crescita post-crisi con modelli innovativi che vadano oltre il capitalismo tradizionale, il quale d’altronde non sembra avere più le capacità per riprendersi appieno.
Perché non partire dall’Italia? Perché non dare un segnale all’Europa e al mondo che non solo l’Italia non è moribonda, checché ne dica lo spread, ma è anzi all’avanguardia nella formulazione di risposte alternative per uscire dalla crisi. La popolazione ne sarebbe allo stesso modo incuriosita e allettata, perché una tale riforma combinerebbe fortissimi elementi di innovazione con una prospettiva di riduzione dell’imposizione fiscale. Difatti, nel momento in cui le nuove benefit corporation cominceranno a produrre profitti sufficienti ad occuparsi di temi di dominio tipicamente pubblico - come le politiche per l’ambiente e per la coesione sociale – queste spese potranno essere gradualmente ritirate dal bilancio pubblico, mentre il controllo e la gestione resterebbero con le amministrazioni locali per garantire imparzialità nell’uso dei fondi.
Come rilevato da un articolo del Financial Times del 11 giugno scorso, la benefit corporation è ancora ad uno stato di sviluppo post-embrionale, ma è già notevole il successo di alcune aziende che hanno saputo e voluto reinventarsi seguendo questo nuovo modello di organizzazione aziendale. Si pensi a Patagonia, industria tessile californiana specializzata in abbigliamento sportivo, o alla Give Something Back Office Supplies, che già dal nome evidenzia la sua missione benefattrice. Il suo slogan, “valori, non solo valore”, è la sintesi ciò a cui aspirano le benefit corporation. Queste, infatti, senza dimenticare il profitto, ne devolvono gran parte a cause da loro considerate meritorie: ad esempio, la Office Supplies nel 2011 ha donato 800mila dollari (70% del profitto annuale) alla comunità locale di Oakland, California, dove ha sede l’azienda. La nascita delle prime benefit corporation ha portato anche ad inaspettati benefici collaterali.
La consapevolezza di un più alto scopo, oltre al mero profitto (come ad esempio il miglioramento della performance sociale ed ecologica dell’azienda), rende questo tipo di imprese più semplici da dirigere rispetto ad aziende tradizionali. Lo sostengono Sean Mark di Office Supplies e Gary Gerber di Sun Light & Power. Lo stesso Sean Marx riferisce della facilità nel reclutare i migliori talenti sul mercato che, una volta assunti, mostrano una passione e dedizione fuori dal comune, soprattutto grazie alle motivazioni e soddisfazioni non esclusivamente economiche che il lavoro in una benefit corporation implica.
Esistono naturalmente altri modi per rendere un’azienda socialmente responsabile ed ecologicamente sostenibile. Molte grandi e medie aziende (ma poche italiane) si sono ormai dotate di un dipartimento di Corporate Sustainability, mentre altre si ergono in modi diversi a sostenitrici di un “capitalismo coscienzioso”. Come ad esempio la Whole Foods di John Mackey. Altre ancora, però, temono che senza la protezione giuridica garantita dalle leggi che governano le benefit corporation, possano trovarsi in balia degli umori, preferenze e ricatti di investitori che, all’improvviso, dispongano dei mezzi per condizionare le politiche di sostenibilità aziendali con criteri contrari alle finalità sociali dell’azienda stessa.
Lo spettro di Ben & Jerry’s, famosissimo produttore di gelati che nel 2000 fu acquisito dalla multinazionale Unilever nonostante la presenza di una controfferta di altri investitori più attenti a tematiche sociali (l’offerta era più bassa e dunque non gradita agli azionisti), incute ancora timore nella cerchia degli imprenditori americani socialmente impegnati. Rick Ridgeway ha scelto di trasformare la sua Patagonia in una benefit corporation proprio per evitare il rischio che futuri proprietari possano alterare ed eventualmente distruggere il delicato e complesso equilibrio tra profittabilità e sostenibilità da lui ideato e trovato.
Le benefit corporation hanno molta strada davanti a loro, non priva di ostacoli. Negli otto stati americani che prevedono questo modello aziendale, soltanto una minoranza di aziende ha deciso di trasformarcisi, ma l’andamento è positivo. C’è bisogno di maggior coraggio da parte di imprenditori, manager e investitori e di una più accentuata presa di coscienza che il nostro pianeta non si lascerà sfruttare all’infinito, che dalla logica del profitto senza remore non potrà vincere nessuno, che da una maggiore attenzione a ciò che ci circonda beneficeranno tutti.
L’attuale governo italiano dovrebbe prendere la palla al balzo e solcare l’onda delle benefit corporation, proponendo una legge che le renda possibili anche in Italia. Le competenze tecniche e capacità culturali dei membri dell’esecutivo dovrebbero permetterne un’accurata analisi dei benefici e degli svantaggi. Infine, la spiccata attitudine all’innovazione del ministro Corrado Passera dovrebbe consentirgli di percepire che, per adesso, non sembra esistere alternativa più promettente alla forma di capitalismo che conosciamo, ma che non risponde più alle esigenze di un mondo in continua trasformazione ed espansione.

Danilo Raponi

Articolo riprodotto su licenza Creative Commons (CC BY-NC-ND 3.0).

lunedì 9 luglio 2012

Quello di cui l'Italia ha bisogno: Noi Giovani

Noi Giovani dobbiamo smettere di delegare la rappresentanza dei nostri interessi e delle nostre esigenze a chi ha dimostrato di non saperli gestire. Il vero conflitto di interessi, quello di cui nessun politico parla perché tutti i politici oggi ne sono affetti, è quello generazionale. I nostri governanti di oggi sono tutti, a pieno titolo, nella seconda o nella terza età. Anche se in buona fede, essi saranno sempre portati a tutelare più gli interessi dei loro coetanei che quelli delle nuove generazioni. 

Per questo, Noi Giovani dobbiamo occuparci personalmente di ciò che ci sta più a cuore: dobbiamo riprendere in mano direttamente il nostro presente e determinare il nostro futuro! 

Da questa presa di coscienza nasce Noi Giovani. L’idea è quella di creare un movimento, non caratterizzato ideologicamente, che rappresenti tutti i giovani nella loro trasversalità, nelle loro differenze d’opinione e nei loro interessi. Che porti avanti un’agenda essenziale ma diretta ed efficace: proposte in ambito economico, sociale, civile ed educativo che svecchino questo Paese e concentrino investimenti e risorse su chi ha ancora la maggior parte della propria vita di fronte, liberandone le energie. Lo scopo è di fare dell’Italia un paese per giovani, dove chi ha un minimo di ambizione – personale, familiare, economica – non debba mettersi in coda per cercare una raccomandazione presso il dinosauro di turno o preparare le valigie e trasferirsi all’estero. È ormai chiaro a tutti noi quanto sia inutile delegare a chi giovane non lo è più la realizzazione dei nostri sogni. Noi Giovani non solo vogliamo rappresentarci direttamente, essere la lobby, il sindacato, il partito di noi stessi, ma siamo anche convinti di essere gli unici, in questo momento storico, a poter interpretare il cambiamento di cui l’Italia ha assoluta necessità. La nostra ambizione è quella di imporre nella politica italiana una nuova agenda, che abbia al centro la vera questione del paese, quella generazionale, e di portare all’interno delle istituzioni chi fino a ora è rimasto senza voce. 

Noi Giovani siamo l’ultima speranza di un Paese in crisi. Siamo quello di cui l’Italia ha bisogno.

sabato 7 luglio 2012

Tra Seconda e Terza Repubblica

Si è mai visto un giovane in politica nel nostro Paese? Uno che la faccia davvero, uno che proponga e decida? In Italia, a 40-50 anni si è ancora considerati politicamente degli esordienti. 
Negli Stati Uniti c’è un presidente che, se rieletto, a 55 anni avrà portato a termine il suo secondo mandato. In Gran Bretagna, David Cameron è diventato Primo Ministro a 43 anni; quando ha vinto le sue prime elezioni, Tony Blair di anni ne aveva 44. In Danimarca, addirittura, nel 2011 è stato nominato un Ministro delle Finanze di 26 anni. In Italia gli ultimi tre Presidenti della Repubblica sono stati eletti a 73 anni (Scalfaro), 78 anni (Ciampi) e 80 anni (Napolitano). Lo stesso si può dire degli ultimi tre Premier: Prodi nel 2006 aveva 66 anni, Berlusconi nel 2008 ne aveva 71, Monti si è insediato a 68 anni. L’età media dei suoi Ministri è di 64 anni e il più “giovane” di loro è Patroni Griffi, che ne ha 56. 
Le ultime elezioni amministrative hanno lanciato segnali inquietanti all’attuale classe dirigente, che probabilmente risponderà alla sfida delle elezioni del 2013 sfoggiando un ‘giovanilismo’ che poco o nulla ha davvero a che fare con le reali esigenze, bisogni e aspirazioni di Noi Giovani. 
Basta dare un’occhiata a ciò che offre oggi la piazza. Nel centrodestra, il PDL può sbandierare il più giovane segretario di partito del paese. Ma, oltre ad essere sulla via del commissariamento, il 42enne Angelino Alfano non ha mai avuto – né mai avrà – una vera autonomia politica rispetto a Berlusconi. Il PDL era e resta un partito smaccatamente gerontocratico. 
A sinistra le cose non vanno meglio: Pierluigi Bersani ha 61 anni e la classe dirigente del PD, nonostante i vari cambi di nome del partito, è la stessa da quasi trent’anni. I più ‘giovani’ vengono mandati al Parlamento Europeo, dove ‘si fanno le ossa’ e, soprattutto, non danno troppo fastidio. L’IDV è il partito più conservatore d’Italia, con alla testa un leader di 61 anni e SEL, il partito che dovrebbe rappresentare i progressisti, è guidato da un 53enne che da anni cerca di acquisire uno spessore nazionale senza riuscirci. 
E il nuovo che avanza? Beppe Grillo di anni ne ha 64. Sicuramente gli eletti del Movimento 5 Stelle rappresentano l’offerta politica più ‘giovane’ a disposizione nel nostro Paese, ma si tratta dell’ennesimo movimento generalista, che solo all’apparenza affronta i problemi dell’Italia in modo innovativo. Il Movimento 5 Stelle vuole rappresentare gli interessi di questa o quella comunità locale; Noi Giovani vogliamo invece rappresentare gli interessi di una intera generazione, che oggi è schiacciata dal peso delle scelte sbagliate compiute dalle generazioni precedenti e della mancanza di rappresentanza dei suoi bisogni. 
Così, all’alba di un nuovo terremoto per la politica italiana, mentre la vecchia classe dirigente sventola la bandiera del ‘giovanilismo’ solo perché ‘giovane’ è la nuova parola d’ordine del sistema, Noi Giovani, quelli veri, rischiamo di ritrovarci ancora una volta senza rappresentanza, fuori dal Parlamento e dal governo, privati della possibilità di essere noi stessi in prima persona a prendere le decisioni che segneranno il futuro del Paese. Il nostro futuro, non certamente quello di chi oggi ha 70 anni e pretende di decidere come sarà l’Italia del 2030!

giovedì 5 luglio 2012

L'Italia è un Paese per vecchi

Noi Giovani siamo il vero ammortizzatore sociale di questo Paese: su di noi sono state scaricate per troppo tempo le emergenze del presente. Una classe dirigente incapace di guardare a coloro che verranno dopo, a Noi Giovani, all’Italia di domani, è una classe dirigente incapace di dare futuro al Paese. 

L’Italia, come la quasi totalità dei paesi al mondo, finanzia il funzionamento della propria macchina statale contraendo un debito continuo – ovvero, scaricando su chi verrà dopo la responsabilità di ripagare i creditori. La stessa identica cosa è stata fatta con Noi Giovani: politiche sociali, economiche ed industriali vengono adottate con il mero orizzonte temporale della contingenza, per sanare emergenze, senza prenderne in considerazione il costo per le generazioni future. È stato così con le pensioni, con il mercato del lavoro, con l’istruzione. 

Incolpano la crisi, l’Europa, l’euro, i tempi che corrono. Dovrebbero incolpare loro stessi. Perché biasimarli? In fondo, hanno costruito un Paese a loro immagine e somiglianza: l’Italia È un paese per vecchi.

La classe dirigente politica più vecchia d’Europa non poteva comportarsi diversamente. È naturale per un 60enne fare politiche per persone che guardano ormai alla ‘seconda’ parte della loro vita. Oggi, la Seconda Repubblica è in fase di decomposizione e i politici italiani, per prepararsi allo smottamento che avverrà con l’arrivo della Terza, hanno iniziato a riempirsi la bocca con parole come cambiamento, nuova classe dirigente, ricambio generazionale: in una parola, ‘giovani’. Ma si può davvero credere che chi ha detenuto saldamente il potere amministrandolo in modo disastroso negli ultimi vent’anni si faccia da parte, lasciando tutto in mano ad altri? È più probabile che questi appelli al ‘nuovo’ siano un mero tentativo di rifarsi la verginità.